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M. Emanuela Piemontese
Paola Villani
Descrizione
1. Analisi del lessico politico-parlamentare italiano. Registrazione e trattamento nelle principali opere lessicografiche italiane. (a cura di Paola Villani)
L'obiettivo principale della ricerca è una ricognizione del lessico in uso nelle Assemblee parlamentari. L'indagine è partita dalla constatazione che termini relativi ad usi ed istituti parlamentari, di impiego piuttosto frequente in entrambe le Assemblee, non trovano sempre accoglienza nelle fonti lessicografiche, in quanto il linguaggio parlamentare non viene contemplato come linguaggio settoriale o tecnico-specialistico. I termini parlamentari sono generalmente ascritti ad altri ambiti specialistici (politico, giuridico, burocratico); fra l'altro, l'assenza di criteri sistematici e coerenti nel loro trattamento rende la ricognizione dei termini parlamentari nelle fonti lessicografiche, anche le più attente agli usi correnti della nostra lingua, poco agevole. Per fare questa ricognizione, e per misurare l'incidenza statistica di singoli lessemi e sintagmi, è sembrato utile in una prima fase della ricerca, per avere a disposizione una larga messe di dati, lavorare sull'intero corpus dei resoconti parlamentari dell'Assemblea del Senato nella XIV legislatura (corrispondente a più di 3000 ore di parlato e a circa 20 milioni di occorrenze), pur nella consapevolezza che si tratta di testi di parlato trascritto e non di parlato-parlato. E' interessante notare, riguardo ad alcuni termini che designano usi e organismi parlamentari, che vi è una differenziazione costante tra forme usate nel parlato, e riportate nei resoconti, e forme adoperate nei regolamenti e nei documenti scritti delle Camere, comprese alcune espressioni ellittiche che non si possono relegare a meri fenomeni di esecuzione, ma che hanno una certa stabilità d'uso. Alcuni risultati di un certo interesse sono emersi relativamente all'utilizzazione degli anglismi in alternanza ai corrispondenti termini italiani, dove il dato quantitativo sembra indicare una preferenza per questi ultimi, e dei latinismi, che mostrano una buona tenuta. Riguardo all'uso del femminile per i nomi delle cariche istituzionali, salvo pochissimi casi in cui si è affermata una norma d'uso univoca abbastanza stabile, per gli altri si registra una decisa preferenza, rispetto a forme femminili grammaticalmente ineccepibili, o per il maschile, o per sintagmi con articolo e modificatori al femminile e sostantivo al maschile, che producono uno strappo nel tessuto morfosintattico dell'italiano (cfr. F. Sabatini 1987). Il secondo passo dell'indagine è stato calcolare l'indice di specificità del lessico parlamentare rispetto al linguaggio comune, individuando tecnicismi specifici e tecnicismi collaterali (cfr Mortara Garavelli 2001, Serianni 2003). Per valutare compiutamente i dati, e verificare in che misura, nel passaggio dal parlato al trascritto, si intervenga sugli aspetti lessicali, si è ritenuto opportuno trascrivere direttamente dalle registrazioni alcuni dibattiti parlamentari in varie sedi (Assemblea, Commissioni, Commissioni d'inchiesta in sedute non segretate) e mettere a confronto la trascrizione della registrazione con il resoconto corrispondente. Si è avuto modo di constatare che gli interventi correttivi tendono, in larga misura, a sostituire parole ritenute troppo generiche con pseudotecnicismi e ad introdurre forme di variatio, mentre incidono meno su termini specificamente parlamentari. . Questa comparazione del parlato-parlato e parlato trascritto ha indicato, per così dire, un nuovo filone di indagine. Com'è noto, in un saggio del 1985, Michele Cortelazzo aveva già fatto una comparazione analoga (trascrizione della registrazione - resoconto), per valutare, da un punto di vista metodologico, l'attendibilità dei resoconti parlamentari, usati spesso come fonti del linguaggio politico, rispetto al reale svolgimento dei dibattiti. L'obiettivo che ci si è proposti in questa ricerca è diverso: un'analisi contrastiva che metta in evidenza tutti i tratti pertinenti dell'una e dell'altra modalità di comunicazione. Occorre precisare che nei dibattiti parlamentari si alternano varie tipologie di testi: da testi di scritto-parlato a testi di parlato-parlato; la lingua usata in questi testi si colloca ad un livello di media o elevata formalità. Nel passaggio dall'oralità alla scrittura si osserva una gamma diversificata di interventi correttivi, tanto che il testo trascritto appare più come una "traduzione" che non come una mera registrazione dei testi effettivamente pronunciati, traduzione che tende non solo ad espungere tutti i tratti che più specificamente caratterizzano il parlato, ma anche ad elevare il registro delle lingua usata, mostrando una certa resistenza ad accogliere perfino quei tratti che secondo Berruto caratterizzano l'italiano neostandard.
2. Analisi (quantitativa) della leggibilità del linguaggio politico-parlamentare con il programma Censor su un campione di Resoconti sommari e stenografici e di Comunicati di fine seduta. (a cura di Maria Emanuela Piemontese)
Il secondo obiettivo della ricerca è stato analizzare alcuni Resoconti sommari e stenografici del Senato dal punto di vista della leggibilità (Flesch, 1949; Vacca, 1972; Lucisano-Piemontese, 1988; Piemontese, 1996), cioè da un punto di vista specificamente quantitativo. Attraverso l'analisi quantitativa si è cercato di capire non solo se e quanto il linguaggio politico-parlamentare possa essere considerato leggibile in base ai criteri propri delle formule di leggibilità (Flesch, Gulpease ecc.), ma anche se e quanto le stesse formule riescano a cogliere alcune caratteristiche o specificità -lessicali e sintattiche- del "parlato parlamentare" così come risulta nei Resoconti scritti. I Resoconti analizzati - per un totale di oltre 800 cartelle - sono cinque e riguardano le sedute pubbliche n. 953 (7 febbraio 2006, antimeridiana), n. 954 (7 febbraio, pomeridiana), n. 955 (8 febbraio 2006, antimeridiana), n. 956 (8 febbraio 2006, pomeridiana) e n. 957 (9 febbraio 2006) della XIV Legislatura. Sono stati analizzati, inoltre, sei Comunicati di fine seduta e precisamente le sedute pubbliche nn. 54-55 del 17 ottobre 2006 (antimeridiana e pomeridiana), n. 56-57 del 18 ottobre 2006 (antimeridiana e pomeridiana), e nn. 58-59 del 19 ottobre 2006 (antimeridiana e pomeridiana) della XV Legislatura. L'analisi è stata condotta inizialmente con il programma Censor . Questo programma analizza i documenti in formato TXT e li restituisce in formato HTML. I documenti analizzati forniscono, oltre ai valori della leggibilità, dati statistici e una riproduzione del testo nella quale ogni occorrenza è presentata con un carattere tipografico diverso, a seconda della fascia di appartenenza al vocabolario di base della lingua italiana. Il programma Censor, inoltre, calcola la leggibilità con la formula Gulpease sia sull'intero testo, sia frase per frase e fa altrettanto nell'analizzare il lessico. Dalla lettura dei risultati delle analisi sono scaturite diverse linee di riflessione. La prima riguarda i valori stessi della leggibilità che, a prima vista, sembrano mettere in evidenza un fatto solo apparentemente sorprendente. La leggibilità più alta dei Resoconti, nonostante si tratti di testi "trascritti" dal parlato, rielaborati dagli stenografi in prima battuta, e rivisti dai resocontisti addetti alla revisione, potrebbe spiegarsi con la natura stessa del testo che nasce per lo più parlato (o scritto per "essere parlato"). Le successive fasi di rielaborazione e revisione da parte dei tecnici non sembra snaturare, oltre certi limiti, il testo originale, nonostante tali fasi comportino la resa scritta di testi nati (o destinati a essere) parlati. I valori di leggibilità più bassi dei Comunicati sembrerebbero confermare l'ipotesi soggiacente al nostro lavoro di ricerca e cioè che i testi nati scritti sono tendenzialmente più complessi dal punto di vista soprattutto sintattico. A fronte dei valori della lunghezza media (compresi da un massimo di 23,68 a un minimo di 15,80 parole) delle frasi dei Resoconti (v. Tab.1), i valori più bassi di leggibilità nei Comunicati sono presumibilmente spiegabili con la maggiore lunghezza media delle loro frasi. Infatti la lunghezza media delle frasi dei Comunicati risulta intorno al 33,59 parole per frase (con frasi che vanno però da un massimo di 118 a un minimo di 12 parole). È stato già detto, ma anche questa ricerca sembra confermarlo, che le frasi con una lunghezza media superiore a 25-30 parole, di norma, siano caratterizzate da maggiore complessità sintattica (Piemontese, 1997). La seconda riflessione riguarda più specificamente gli strumenti di analisi. Dall'analisi dei testi esaminati risulta confermata l'idea dell'assoluta necessità della conoscenza della "scatola nera" della formula sia per la lettura sia per l' interpretazione dei dati. Sarebbe opportuno che le formule, soprattutto se informatizzate, rispondessero il più possibile a criteri espliciti e condivisi, benché arbitrari. L'esperienza insegna che -a tutt'oggi- la sollecitazione di Tullio De Mauro a una standardizzazione dei criteri di applicazione delle formule in occasione delle giornate di studio dedicate a "Leggibilità e comprensione" (De Mauro, Piemontese, Vedovelli, 1986), è rimasta per lo più inascoltata e disattesa. La terza linea di riflessione che scaturisce è la necessità di riconsiderare la formula Gulpease alla luce delle difficoltà che essa si trova a fronteggiare nell'analisi linguistica di certi tipi di testo. Nel momento in cui si passa all'analisi qualitativa dei dati e dei nodi che la formula si arriva sempre a toccare, grazie a questioni apparentemente pratiche o metodologiche, questioni teoriche di un certo rilievo (Piemontese, 2005).
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